Nel corso del 98° Congresso Nazionale della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, che si terrà a Genova dal 26 al 29 ottobre 2013, sarò impegnato in qualità di Presidente del sindacato dei medici ortopedici (Nuova A.S.C.O.T.I.) nei seguenti appuntamenti:

- sabato 26 ottobre dalle 14.00 alle 16.00 nella sessione SOS Medico Legale dal titolo " Gli aspetti assicurativi della responsabilità civile professionale del medico ortopedico: esperienze, attualità, le iniziative della S.I.O.T." con una relazione sul ruolo del sindacato e sugli strumenti che possono essere messi a sostegno del medico nei contenziosi;

- domenica 27 ottobre dalle 17.00 alle 18.00 quale presidente della sessione Approfondimenti Miscellanea;

- lunedì 28 ottobre dalle 8.30 alle 10.00 nella Tavola Rotonda Medico Legale su " Sanità tra etica ed economia ", che sarà introdotta da una Lettura magistrale del Cardinale Angelo Bagnasco e affronterà il problema della tutela del diritto alla salute di fronte alla sempre più scarsa disponibilità di risorse economiche da investire in sanità.

S.O.S. Medico Legale del 26 ottobre 2013 - Il Programma

Sanità tra etica ed economia del 28 ottobre 2013 - Il Programma

Uno stop di 24 ore. Garantite le urgenze

Roma, 26 giu. (Adnkronos Salute) - Chiuso per sciopero. I medici ortopedici incrociano le braccia. Lunedì prossimo è infatti in programma lo sciopero nazionale degli specialisti in Ortopedia. Uno stop di 24 ore che farà saltare circa 2000 interventi. Ma solo quelli di elezione.

Le urgenze saranno infatti garantite. A tracciare un bilancio sulle conseguenze della protesta è il presidente dell'associazione Nuova Ascoti, Michele Saccomanno. "Ci scusiamo per il disagio che lo sciopero procurerà ai cittadini, soprattutto quelli che aspettano tanto tempo per un intervento ortopedico o l'impianto di una protesi. Ma - spiega Saccomanno all'Adnkronos Salute - siamo costretti a far valere le nostre ragioni". Nel 'mirino' degli ortopedici le riforme contenute nel decreto Balduzzi in materia di responsabilità professionale.

"La situazione attuale, che vede aumentare di pari passo le denunce per colpa medica e i premi delle polizze assicurative per gli esercenti le professioni sanitarie - spiega Saccomanno - viene definita insostenibile per la categoria medica in generale, ma soprattutto per le branche chirurgiche, quali l'ortopedia, maggiormente esposte a richieste di risarcimento da parte del paziente".

Il costo delle polizze sembra effettivamente alto. "Ginecologi e ortopedici - spiega il presidente della Nuova Ascoti - arrivano a pagare fino a 18 mila euro l'anno". Sono soprattutto due le richieste avanzate dagli ortopedici: lavorare ad una chiara definizione di atto medico e l'obbligo per tutte le strutture sanitarie (pubbliche, convenzionate e non) di assicurarsi. Così da 'coprire' l'attività professionale dei camici bianchi in caso di risarcimento, "salvo non venga dimostrato il dolo del medico", precisa Saccomanno.

Associazione sindacale ANPO - ASCOTI - FIALS MEDICI

ORTOPEDICI IN SCIOPERO IL 1° LUGLIO

Le condizioni di lavoro dei chirurghi ortopedici non sono più tollerabili.

Il rapporto tra il medico e il paziente si è deteriorato: le denunce per colpa medica e le richieste di risarcimento dei pazienti aumentano di pari passo con i premi delle polizze che i medici devono pagare, sempre che le compagnie decidano di assicurarli. Lo Stato con le leggi vigenti "protegge" le strutture sanitarie e abbandona pazienti e medici al loro destino.

E' la realtà in cui tutti i giorni ortopedici, e chirurghi in generale, si trovano a operare.

Le riforme contenute nel decreto Balduzzi e il regolamento sulla copertura assicurativa dei medici, che dovrebbe essere emanato il 30 giugno, sono insufficienti.

Servono norme precise sulla responsabilità medica, anche al fine di evitare la fuga dei giovani dalla specializzazione in Ortopedia. Il rischio è un futuro senza ortopedici.

L'Italia è ad oggi uno tra i pochi Paesi al mondo, oltre al Messico e alla Polonia, in cui l'atto medico non è riconosciuto giuridicamente.

Chiediamo al Parlamento e al Governo non più un impegno, ma una soluzione concreta. Il Ministro della Salute difenda il diritto alla salute dei cittadini e la professionalità del medico.

Il Presidente della Nuova Ascoti

Sen. Dott. Michele Saccomanno

Il Presidente della SIOT

Prof. Paolo Cherubino

Corriere della Sera Domenica 16 Giugno 2013

Il cosiddetto decreto Balduzzi, decreto legge 13 settembre 2012, n. 158 convertito con modificazioni dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, nasce con la finalità di “promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute” attraverso la riorganizzazione e l’efficientamento del Servizio sanitario Nazionale e tenendo conto, come si legge sul sito del Ministero della Salute, del contenimento della spesa sanitaria e farmaceutica.

Il provvedimento incide, talvolta in modo incompleto e migliorabile, su diversi aspetti del servizio sanitario: dal riordino dell’assistenza territoriale alla governance del personale dipendente e in particolare del personale medico, dalla riduzione dei rischi sanitari connessi all’alimentazione e alle emergenze veterinarie al completamento della riqualificazione e razionalizzazione dell’assistenza farmaceutica.

Nonostante le intenzioni iniziali del Ministro Balduzzi che aveva dichiarato la disponibilità a confrontarsi in sede di conversione parlamentare, l’iter legislativo del decreto non è stato produttivo a causa della preclusione da parte del Governo a qualunque forma di modifica del testo. Sia alla Camera che al Senato, infatti, è stata posta la questione di fiducia con l’alibi dei tempi stretti, in quanto tutti i decreti legge devono essere convertiti in legge entro 60 giorni dalla loro pubblicazione, pena la decadenza. In realtà, le forze politiche con la garanzia di una terza lettura parlamentare rapida avevano concordato e condiviso otto proposte di modifica, migliorative del testo, che però non sono mai state discusse.

Non è un caso che quella al Senato sia stata una delle fiducie più minoritarie per il Governo Monti. Numerosi sono stati i segni di protesta e i no dei parlamentari medici a una visione economicistica del diritto alla salute. Nella mia veste di relatore del provvedimento ho invitato più volte l’Esecutivo a mettere la sanità tra le priorità del Paese, nell’ottica che il comparto salute non può essere solo un capitolo di spesa, ma è soprattutto un investimento per i cittadini.

Potrei dire che, almeno fino ad oggi, questi appelli sono caduti nel vuoto visto che tutto ciò che si è rilevato mancante nel decreto, per la stessa ammissione del Ministro, come i percorsi di salute, la sicurezza del cittadino in un giusto rapporto con il medico, la riduzione dei tempi d’attesa nei pronti soccorso e un reale recupero della fiducia del cittadino nei confronti del Servizio Sanitario Nazionale, non è stato né allora né successivamente accolto.

Si era parlato negli ultimi due mesi dell’anno di fare confluire i correttivi, tanto proclamati e auspicati quanto repentinamente abbandonati, all’interno del disegno di legge Fazio sulla sperimentazione clinica, del quale ero relatore e che giaceva in Commissione sanità dalla fine di ottobre 2011. Ma anche in quell’occasione è mancata la volontà di difendere il nostro sistema di cure e di dimostrare operativamente che si poteva intervenire a favore della sicurezza del paziente, della tutela della professionalità sanitaria e del conseguente importante risparmio che ne sarebbe derivato. Si è preferito andare avanti sul decreto di riordino delle province, destinato di lì poco a naufragare, invece che procedere alla correzione dell’incompleto e dannoso decreto Balduzzi. Mentre si tagliavano i fondi per la salute, si autorizzava in tal modo a spendere 15 miliardi di euro per la medicina difensivistica senza risolvere il problema del contenzioso medico legale.

Tra le questioni più urgenti avevamo indicato la revisione dei capitoli su rischio clinico e assicurazioni e un’apertura maggiore sullo sblocco del turnover con la conseguente disponibilità di personale per le strutture. Mi soffermo in questa sede sul primo aspetto e in particolare sulle norme che riguardano la responsabilità professionale del personale sanitario. L’articolo 3 del decreto 158 del 2012, piuttosto che semplificare, ha creato ulteriore confusione sul tema della colpa medica, non chiarendo il problema fino in fondo. L’affermare che l’«esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente di colpa lieve» rimanda al concetto che, dal punto di vista penale, la colpa può essere graduata se il personale medico e sanitario rispetta linee guida e best practices, ma non dice nulla sul perimetro in cui il sanitario deve operare.

Mancando ancora nella legislazione italiana la definizione di “atto medico”, che stabilisca come il trattamento medico-chirurgico, eseguito in modo adeguato a esigenze terapeutiche, con il valido consenso del paziente e in conformità alle regole dell’arte non si consideri un’offesa all’integrità fisica, non esiste il fondamento della liceità della condotta del medico chirurgo e quindi della sua irrilevanza penale. Questo principio generale è di grande importanza e costituisce un parametro interpretativo vincolante per la giurisprudenza, si tratta di un intervento necessario che il legislatore avrebbe potuto inserire nel testo del decreto per conferire un margine di certezza al concetto dell’atto medico. Purtroppo, malgrado gli inviti e gli emendamenti presentati, non si è tenuto conto della portata innovativa di tale definizione e della ricaduta positiva che ciò avrebbe avuto sulla serenità dell’operatore sanitario nel conoscere le norme che regolano la sua attività, oltre che rappresentare una modalità primaria di controllo del rischio clinico.

In secondo luogo, la formulazione proposta dal citato articolo 3 ha lasciato aperta la questione della responsabilità civile per dolo e colpa grave. Nulla è cambiato riguardo la copertura assicurativa a carico della struttura sanitaria per danni causati a terzi dal personale sanitario medico e non medico, né sul fatto che le strutture debbano prevedere obbligatoriamente l’assicurazione anche per colpa grave e possano esercitare diritto di rivalsa verso i dipendenti in caso di dolo. Si rimanda ad un successivo decreto attuativo la disciplina dei requisiti minimi per i contratti assicurativi e l’istituzione di un fondo di rischio connesso. Ma anche in questo caso non c’è stato alcun riferimento al diritto del danneggiato all’azione diretta per il risarcimento del danno nei confronti dell’assicuratore.

Infine, sotto il profilo della responsabilità appare sicuramente un passo in avanti l’introduzione della gestione e del monitoraggio dei rischi sanitari all’interno delle aziende sanitarie, di cui all’articolo 3-bis. Tuttavia tale formulazione risulta insufficiente se consideriamo che non viene esplicitato il modo in cui debba essere organizzata operativamente la gestione. Tra le proposte elaborate avevamo previsto l’istituzione di unità dedicate al risk management, che includendo competenze di medicina legale, ingegneria clinica e fisica sanitaria, consentisse un maggiore controllo dei rischi e l’adozione di soluzioni e procedure concrete per superare le situazioni potenzialmente critiche col duplice scopo di ridurre gli errori e la malpractice e favorire l’efficienza del sistema sanitario nel suo insieme di risorse umane e tecnologiche.

Se nel complesso molte delle norme contenute nel decreto n. 158 sono da ritenersi lacunose, non vi è dubbio che possiamo dirci soddisfatti della nuova disciplina sui CTU. Si è stabilito, finalmente, che i periti e i consulenti tecnici d’ufficio di cui si avvalgono i giudici nei processi in materia di responsabilità medica debbano avere un’esperienza qualificata e idonea nella disciplina specialistica interessata nel procedimento in corso. Possiamo considerare un successo anche l’aggiornamento quinquennale degli albi e il coinvolgimento delle società scientifiche, ma di fronte al traguardo di una sanità migliore questo è solo l’inizio.

sen. Michele Saccomanno

Presidente Nazionale Nuova ASCOTI

Roma, 30 maggio 2013 - Proclamazione dello stato di agitazione e ipotesi di sciopero nazionale il 1 luglio 2013. Lo annuncia il sindacato dei medici ortopedici in una lettera inviata oggi al Ministero del Lavoro, al Ministro della Salute e al Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione.

L'associazione Nuova ASCOTI, dipartimento del sindacato ANPO-ASCOTI-FIALS MEDICI che rappresenta i chirurghi ortopedici e traumatologi italiani, lamenta che le riforme contenute nel cosiddetto decreto Balduzzi non rispondono alle esigenze del personale sanitario in materia di responsabilità professionale.

La situazione attuale che vede aumentare di pari passo le denunce per colpa medica e i premi delle polizze assicurative per gli esercenti le professioni sanitarie viene definita insostenibile per la categoria medica in generale, ma soprattutto per le branche chirurgiche, quali l'ortopedia, maggiormente esposte a richieste di risarcimento da parte del paziente.

Tra le richieste avanzate dagli ortopedici ci sono la definizione dell'atto medico, assente nella legislazione italiana, nuove norme in materia di responsabilità, ritenendo insufficienti le misure apportate dal decreto Balduzzi, e l'assunzione del personale precario.

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